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giovedì 28 marzo 2019

Oman

Voglia di qualcosa di diverso? Perché non provare a dormire sotto le stelle, magari tra le dune dei deserti dell’Oman. Tante le possibilità, compreso il tanto in voga glamping.

Chi adora viaggiare è spesso alla ricerca di emozioni forti, che possano garantire esperienze ben al di fuori dei tracciati sicuri del turismo di massa. Perché dunque non dire addio agli hotel di lusso e concedersi un po’ d’avventura all’aria aperta, magari immersi nel nulla, apprezzando le svariate sfaccettature del deserto.

L’Oman è la destinazione perfetta per chi vuole lasciarsi andare, circondandosi della sola natura, magari studiando con attenzione il periodo ideale, come marzo ad esempio, che vanta un clima favorevole e regala la fioritura delle rose a Jabal Akhdar. Uno spettacolo da conservare tra i propri ricordi più preziosi. Nel Sultanato è possibile fare campeggio liberamente, optando per svariate location, dalla spiaggia alla montagna, fino al deserto. Si sconsiglia però di optare per le riserve naturali, dove si corre il rischio di spaventare gli animali presenti, così come i wadi, data la conformazione dei corsi d’acqua presenti.

In Oman si verrà accolti dalla tipica gentilezza dei locali, in grado di farvi sentire a casa, regalandovi anche una splendida esperienza dal punto di vista umano. Le montagna occupano una parte molto importante del panorama omanita, con la vetta del Jebel Shams, noto come “La Montagna del Sole”, che arriva a toccare quota 3.009 metri. È il luogo ideale dove campeggiare, considerato il punto più alto dei Monti Hajar. Ritrovarsi qui all’alba è un vero spettacolo, considerando come il sole tocchi questo punto per primo, per poi inondare l’intera vallata.

Se si volesse optare per il mare invece, ci si ritroverà a confrontarsi con un’ampia varietà di spiagge, come quella di As Sifah. Situata a soltanto un’ora da Muscat, è la meta perfetta per una notte all’aperto, soprattutto per chi ha deciso di prenotare una camera nella capitale, da sfruttare come “casa base”. Scendendo un po’ più a sud invece ci si ritroverà a Qalhat, uno spazio per campeggiatori dover poter ammirare un’alba difficile da dimenticare.

I più temerari preferiscono però fronteggiare il deserto, lasciandosi cullare dai mille colori di un luogo tanto estremo come il Rub’ Al Khali. Si tratta del secondo deserto sabbioso più grande al mondo, e tra le sue dune si sarà in grado di ritrovare la pace che spesso ci viene a mancare nella vita cittadina. Non mancano però viaggiatori che intendono provare forti emozioni, senza però rinunciare a un’elevata dose di comfort. Chi pensa che questo aspetto non si concili bene con il campeggio, non ha mai sentito parlare del glamping. Molte le agenzie che organizzano esperienze all’area aperta, immerso nella natura e nel lusso. Un tocco di glamour nel mondo del camping, troppo spartano per alcuni, con svariate attività organizzate per i viaggiatori che non vogliono preoccuparsi di programmare nei minimi dettagli il proprio tempo lontano da casa.



(fonte: siviaggia.it)

martedì 26 febbraio 2019

Banana Island

Doha continua la propria evoluzione, proponendo una perla artificiale a largo delle proprie coste: Banana Island, l’isola resort da visitare almeno una volta in vita.

Doha ha molto più da offrire di quanto i turisti possano pensare. Nell’immaginario generale è ormai fissa l’idea di vacanza caratterizzata da spettacolari dune, giganteschi grattacieli e uno stile di vita lussuoso. La capitale del Qatar sa però dimostrarsi sempre particolarmente versatile. A renderlo alquanto chiaro è la presenza dell’ormai nota Banana Island, sita appena a largo delle coste cittadine.

Il perché del nome è facilmente intuibile, data la particolare forma che la caratterizza. Si tratta di una lussureggiante isola resort, che ha aperto le sue porte al pubblico nel 2015 e in breve è divenuta una meta obbligatoria per vip e amanti dello sfarzo.

Il resort è comodamente raggiungibile in catamarano, consentendo ai turisti di godere delle spettacolari acque, osservando il panorama urbano di Doha allontanarsi lentamente. Il punto di partenza è sito a Dhow Harbour, da dove sarà inoltre consentito prendere il largo con la propria imbarcazione personale, verso Banana Island o altri lidi. Qualora non doveste essere provvisti di yacht, c’è un catamarano che vi attende proprio di fianco al fantastico Museo d’Arte Islamica.

Accoglienza da sogno, camere ampie e ben curate e un micro-universo totalmente dedito al relax. Impossibile ritrovarsi in un punto dell’isola dal quale non si possa godere di una vista sbalorditiva, considerando le dimensioni del resort galleggiante. Al mattino ci si potrà dunque risvegliare con dinanzi a sé acque cristalline, impossibili da dimenticare una volta impressi nella propria memoria.

In totale sono a disposizione dei clienti 141 tra camere, bungalows e ville. Sorprendenti le dimensioni, con 55 mq che è la superficie delle camere più piccole, per così dire. Una statistica che aumenta vertiginosamente fino a raggiungere quota 360 mq. Il tutto è sapientemente decorato con design arabo e mosaici, ideati per impreziosire gli ampi bagni. Le ampie vetrate sono di certo un vantaggio, garantendo una vista di pregio, ma potrebbero dar fastidio in fase di risveglio. Per proteggersi dai raggi del sole e godersi un meritato riposo fin da quando lo si desideri, ogni camera presenta delle tende elettronicamente regolabili. A ciò si aggiungono mini-bar, macchine del caffè ed enormi tv a schermo piatto. Previste inoltre numerose attività, oltre ovviamente al restare sulla spiaggia da 800 metri a curare la propria tintarella. Sarà possibile cimentarsi in immersioni, gite in kayak, snorkeling e molto altro.



(fonte: siviaggia.it)

venerdì 22 febbraio 2019

Mai Chau

A tre ore di macchina da Hanoi, Mai Chau è il volto più autentico del Vietnam. Una zona bucolica, collinare, fatta d’aria pura e d’un paesaggio talmente bello che somiglia ad una cartolina.

Se la cittadina di Mai Chau in sé non ha nulla di troppo speciale, sono i suoi dintorni a risvervare vere sorprese: è tutto un susseguirsi di terrazzamenti di riso e di piccoli villaggi Thai, in cui i viaggiatori possono trascorrere la notte nelle tradizionali palafitte e svegliarsi col canto degli uccelli, e coi rumori ovattati dei canali d’irrigazione. Gli abitanti di Mai Chau sono prevalentemente Thai, lontani discendenti di tribù provenienti da Thailandia, Laos e Cina. Ancora oggi se ne possono ammirare le antiche tradizioni: le donne che tessono come un tempo, le contrattazioni educate che riguardano ogni compravendita.

Il modo migliore per esplorare l’area di Mai Chau è regalarsi un tour a piedi o in bicicletta. Procedendo lungo le sue strade sterrate, gli scenari cambiano e diventano perfetti sfondi per spettacolari fotografie: fiori selvatici, risaie verdi oppure simili a enormi specchi, la popolazione locale che conduce al pascolo il bestiame. Per gli itinerari, la soluzione migliore è chiedere consiglio alla gente del posto: saranno gli abitanti a consigliare i percorsi più belli a seconda delle stagione, e a suggerirvi dove neleggiare biciclette e mountain-bike.

Per dormire, qui, non ci sono grandi hotel: si soggiorna all’interno delle guesthouse dei villaggi più grandi (Poom Coong e Lac), dove si dorme immersi nella tradizione. Ci si sveglia col cantare dei galli, e coi passi degli agricoltori che si recano nei campi quando fuori è ancora buio. Si dorme su di un materasso steso sul pavimento di bambù, si trascorrono le serate bevendo vino locale e assistendo a folcloristici spettacoli.

Tra i luoghi che – in quest’angolo di Vietnam – meritano una visita, vi sono poi le tante grotte. Sono formazioni rocciose simili a quelle di Ha Long Bai (a est) e di El Nido (Filippine), e le principali in cui fermarsi sono Mo Luong Cave e Chieu Cave, raggiungibile solo percorrendo 1200 gradini.



(fonte: siviaggia.it)

mercoledì 20 febbraio 2019

Iran: La valle degli Assassini

In Iran è possibile cimentarsi in un viaggio nella storia, alla scoperta delle bellezze della valle degli Assassini e del castello di Alamut.

L’antica storia dell’Iran e le sue meraviglie paesaggistiche continuano ad attirare milioni di turisti ogni anno. Una delle aree più suggestive è senza dubbio la valle degli Assassini, spesso esaltata da Hollywood. Basti pensare a Prince of Persia: le sabbie del tempo. Se si decide di pernottare a Teheran, sarà possibile raggiungere Alamut dopo aver percorso 150 km circa verso nord-ovest. Controllando i cartelli in strada, si potranno seguire le indicazioni verso tale antica area, girando in direzione delle montagne. Da qui occorrerà percorrere altri 140 km, passando attraverso passaggi di montagna particolarmente ostici. SI consiglia dunque di lasciare il proprio appartamento o albergo la mattina presto, considerando come quest’ultima parte di viaggio richiederà circa 4 ore.

Superato il villaggio di Moallem Kalayè, un cartello annuncia l’ingresso nella celebre valle degli Assassini. Questa è la versione latinizzata di Hashishiyun, che può indicare anche fumatori di hashish. Per conoscere la storia di questo luogo occorre risalire alle origini degli Ismailiti, che nacquero nel nono secolo d.C. in Persia. Loro credevano in 7 sacri discendenti di Maometto, non in 12. Il loro leader più noto era Hassan Sabbah, che guidava una lotta contro il governo sunnita Selgiuchide, al potere nell’XI secolo in Persia. Ne nacque una cruenta battaglia, con gli uomini di Sabbah che assassinarono il vizir persiano e il re Maliksha, dando alle fiamme la moschea di Isfahan.

Dopo ogni azione tremenda si ritiravano proprio in questa valle, caratterizzata da ben 23 splendide fortezze. Quella più irraggiungibile era Alamut, in persiano Nido dell’Aquila, grazie ai quattro lati che affacciavano su altrettanti burroni profondissimi. Pagando poco più di 2 euro sarà possibile accedere alla fortezza, fronteggiando una faticosa salita, caratterizzata da 300 scalini. Giunti alla porta d’ingresso, ci si ritroverà dinanzi a un vero e proprio pezzo di storia. Da mille anni infatti vi è incisa la parola Allah.

Anche Marco Polo narrava dell’Iran e del castello di Alamut ma gli interni stonano decisamente con la sua descrizione. Si parlava infatti degli Assassini intenti ad avere rapporti con più giovani in magnifici giardini, sotto l’effetto dell’hashish ovviamente. È però possibile che l’esploratore si sia affidato a versioni fittizie diffuse dai Selgiuchidi. Ciò che oggi resta lascia pensare a una da eremiti e osservanti. Ancora oggi però gli Ismailiti vengono accusati d’essere ribelli e terroristi.


(fonte: siviaggia.it)

lunedì 4 febbraio 2019

Ulleungdo

C’è un’isola che, sconosciuta ai più, sta portando il turismo nella Corea del Sud. È Ulleungdo, sita nel Mar del Giappone a 120 chilometri dalla terraferma: un’isola misteriosa, selvaggia. Che, oggi, si legge anche nei diari di viaggio dei turisti occidentali.

Già da tempo, i sudcoreani – soprattutto gli amanti della natura – conoscono Ulleungdo come meta per le vacanze. Ma, ora, anche i viaggiatori internazionali iniziano a scoprire quest’isola che si raggiunge con due ore e mezza di treno da Pohang a Gangneung e con tre ore e mezza di traghetto in un mare molto spesso agitato. Ma, alla fine di questo tortuoso viaggio, gli occhi sono ripagati: Ulluengdo è davvero una tra le più belle isole della terra.

Isola vulcanica dalle affascinanti formazioni rocciose, le foreste di cedri e i boschi di ginepri, ospita un pugno di villaggi di pescatori ed è considerata la destinazione più spirituale della Corea del Sud. Ma perché è soprannominata “l’isola del mistero”? Per la sua energia mistica: si crede che Ulluengdo si sia formata 2.5 milioni di anni fa a seguito di un’eruzione vulcanica, ed è oggi ritenuta sacra. «Per la maggior parte della sua storia, l’isola è stata disabitata e molto difficile da raggiungere, il che ha permesso di preservare il suo ecosistema e la sua natura primitiva. Così, alla sua reputazione s’è aggiunta una certa aura spirituale», ha raccontato alla CNN Jang Yunhee, guida turistica di Toursungingbong.

Oggi, circa 10 mila persone vivono a Ulleungdo, dove in primavera e in estate sono floridi pesca e turismo ma gli inverni sono estremamente rigidi, con nevicate abbondanti: raggiungerla durante i mesi freddi è difficile per le condizioni del suo mare, ma alcuni temerari lo fanno per venire qui a sciare e ad ammirare un panorama quasi surreale. Ma cosa si può vedere, invece, se si arriva sull’isola quando il clima è favorevole?

Fondamentalmente, a Ulleungdo si viene per la sua natura. Sul suo territorio ci sono numerosi sentieri, costieri e nell’entroterra: il più famoso è il Gwaneum Island, una camminata di un’ora che permette di raggiungere – attraverso un ponte pedonale sospeso – l’isoletta di Gwaneumdo, ricoperta di foreste antiche. I più sportivi possono invece raggiungere Seonginbong, la vetta più alta dell’isola: si percorre il Nari Basin Forest Trail e, una volta raggiunta la cima, si gode di una vista spettacolare. Oppure, vi è l’escursione che conduce sino alle cascate di Bognaepokpo.

Ma non ci sono sono solo le escursioni, da fare qui: Ulleungdo è un famoso spot per le immersioni, la pesca e il nuoto. Si può prendere una barca, e circumnavigare l’isola approfittando di uno dei tour di tre ore che diverse compagnie offrono da maggio a novembre e che partono dal porto di Dodong (alcune offrono persino la possibilità di pescare). I sub, poi, possono scegliere le sue acque cristalline per le immersioni: qui la visibilità è garantita a 20 – 30 metri tutto l’anno, ma spesso si vede fino a 50. Il periodo migliore? Tra agosto e ottobre.

A Ulleungdo, poi, c’è spazio anche per la gastronomia: la prelibatezza tipica è il gamberetto di Dokdo, seguito dalle verdure che crescono spontaneamente sulle sue montagne e dalla “bistecca di tigre”, ricavata dalle rare mucche striate di nero e d’arancio.

Diverse sono le sistemazioni che l’isola offre: ci sono resort di lusso, guesthouse e – poi – c’è il nuovissimo KOSMOS Healing Stay, dall’incredibile design. Un’esperienza di soggiorno unica in un luogo che, unico, lo è nel mondo.


(fonte: siviaggia.it)

venerdì 1 febbraio 2019

Eilat

In Israele, sulle rive del Mar Rosso, Eilat avrà presto un nuovo aeroporto internazionale.

Aprirà nei primi mesi del 2019, il Ramon Airport, ed è destinato a portare molti viaggiatori qui, in questa meta turistica in ascesa. Si parla di due milioni di passeggeri l’anno, e di oltre quattro entro il 2030. Ma perché si dovrebbe scegliere di visitare Eilat?

Sita sulla punta settentrionale del Mar Rosso, Eilat è il luogo perfetto per una vacanza di sole e di divertimento, ed è frequentata da compagnie di giovani come da famiglie coi bambini. Già citata nell’Antico Testamento, divenne molto importante durante il Regno di Israele: quando al trono vi era Salomone, fu usata come porto per i commerci verso la penisola arabica e il Corno d’Africa. Oggi, è un centro turistico favorito dalle sue caratteristiche subtropicali, e ha tantissimo da offrire.

Ad Eilat attraccano le navi da crociera, e la natura ha creato straordinarie combinazioni di colori: le spiagge bianchissime, il deserto con le sue sfumature viola, i coralli variopinti. Somiglia ad un miraggio, Eilat, che compare all’improvviso nel mezzo del deserto, con le sue palme e i suoi angoli verdi, con gli alberghi bianchi e le vele delle barche che popolano il suo mare.

In questa città israeliana si viene per rilassarsi, ma anche per cimentarsi negli sport d’acqua: si fa vela, windsurf, sci d’acqua, parapendio. Ma, soprattutto, si fa una splendida vita da mare. Con una temperatura dell’acqua che va dai 21 gradi di febbraio ai 25 dell’estate, e con 352 giorni di sole l’anno, Eilat è ideale per una vacanza in ogni momento (anche se a luglio le massime possono toccare i 39°).

Una delle sue imperdibili attrazioni è rappresentata dalla Riserva Naturale Coral Beach, dove è possibile ammirare spettacolari coralli e splendidi pesci in un ecosistema marino protetto, attraverso le immersioni o partecipando ai tour d’osservazione con barche dal fondo trasparente o coi sottomarini. A dorso di un cammello, o a bordo di una jeep, è invece possibile fare indimenticabili escursioni nel deserto. Infine, per chi vuole conoscere la storia di Eilat, il posto giusto è il Parco Nazionale Timna Valley, con le sue colonne di Salomone, il Red Canyon e le formazioni rocciose con le incisioni di chi, un tempo, percorreva la Via della Seta.



(fonte: siviaggia.it)

martedì 22 gennaio 2019

Tohoku

È sicuramente tra le mete più amate, il Giappone: nel 2019, oltre 30 milioni di viaggiatori internazionali l’hanno scelta come destinazione delle loro vacanze, specie in alta stagione e puntando soprattutto sulle turistiche Tokyo, Kyoto e Osaka.

Ma c’è un luogo che, meno battutto dalle tradizionali rotte turistiche, è splendido tutto l’anno. E riserva grandi sorprese. È Tohoku, una regione che ingloba sei prefetture e che si trova nella parte nordorientale dell’isola Honshū. Cosa la rende straordinaria? Il suo incredibile mix di paesaggi mozzafiato, testimonianze storiche e una cultura gastronomica unica.

D’inverno, Tohoku si trasforma sotto i gelidi venti siberiani che provengono dalle catena montuosa di Zao: gli alberi si ricoprono di ghiaccio e di neve, e si congelano assumendo forme quasi umane. La regione diventa un’alternativa ad Hokkaido per chi è in cerca di location in cui sciare: Zao Onsen, nella prefettura di Yamagata, è perfettamente attrezzata anche per gli sciatori più esigenti. Anche se, a fare di Tohoku un’imperdibile meta durante l’inverno, sono proprio i suoi “mostri” ghiacciati, che i giapponesi chiamano juhyo e che si possono ammirare tra la fine di gennaio e gli inizi di marzo.

C’è poi, nella regione di Tohoku, Matsushima. Considerato uno tra i tre più bei panorami del Giappone (insieme all’isola di Miyajima vicino a Hiroshima e ad Amanohashidate nei pressi di Kyoto), è un gruppo di 260 isole ricoperte di pini, nell’omonima baia. Di stagione in stagione, di isola in isola, il paesaggio cambia. E, passando accanto agli isolotti con il battello (il tour di 50 minuti parte dal Matsushima Pier e sfiora le isole e un allevamento di ostriche), si vive un’esperienza incredibile.

Senza contare le cene a base di pesce che qui si possono gustare: dalle ostriche al salmone, dal tonno al pettine, qui frutti di mare e pesci godono di acque ricche di nutrienti, e sono tra i più pregiati al mondo.

Ma, il Giappone, non è solo terra di natura: è anche terra di templi straordinari, e uno dei più belli si trova proprio nella regione di Tohoku. Nella prefettura di Yamagata, salendo 1015 scalini si raggiunge il tempio di Yama-dera, sulla cima del monte Hoju-san. Sebbene il suo vero nome sia “Risshakuji”, la gente del posto lo chiama semplicemente “Yamadera”, che significa proprio “il tempio della montagna”: fondato nell’860 d.C., è in realtà un complesso di una dozzina di siti religiosi.

Raggiungerlo è un’esperienza introspettiva, di meditazione e di riflessione. E, secondo quanto si racconta, pare che raggiungere la vetta porti fortuna. Come molte delle attrazioni che il Giappone offre, anche Yama-dera è splendido in ogni stagione: ma, se ci si reca in autunno o in inverno, la vista di cui dalla cima si gode è davvero mozzafiato. Come raggiungerlo? In treno: il tempio dista 40 minuti dalla città più grande di Tohoku, Sendai.


(fonte: siviaggia.it)

lunedì 10 dicembre 2018

Gereja Ayam

Da una visione divina al decadimento: la chiesa del pollo continua ad attrarre turisti nel cuore della giungla indonesiana.

È possibile visitare un Paese più volte e non essere riusciti a vederlo per intero. Se da bambini infatti siamo attratti dall’idea di fare il giro del mondo, infilzando la propria bandierina sulla mappa che gelosamente custodiamo a casa, crescendo si scopre la realtà.

Il giro del mondo è qualcosa di quasi impossibile, per tempo e finanze. Effettuando però una ricerca approfondita, si potrà ammirare la maggior parte delle bellezze di un luogo, tra quelle più turistiche a quelle quasi sconosciute. Un esempio in tal senso è dato dall’Indonesia. In molti evitano d’addentrarsi nella sua giungla, per timore. Questa però cela un edificio misterioso e intrigante, sempre più popolare tra i turisti grazie a video sul web e passaparola.

Si tratta di una “chiesa”, per così dire, dalla forma assolutamente fuori dal comune. La struttura è ora abbandonata e i locali la chiamano “Gereja Ayam”, che è possibile tradurre come: la chiesa del pollo. Nome insolito ma non tanto quanto la forma di questa enorme costruzione, che ha proprio le fattezze di un gigantesco pennuto.

Per potervi mettere piede occorre arrivare sull’isola di Giava, recandosi presso le colline del Magelang. Ogni anno seguono questo percorso centinaia di turisti, alcuni dei quali provano a raccogliersi in preghiera nel ventre del gigantesco animale.

A ideare la struttura è stato Daniel Alamsjah, che ebbe una visione divina, a suo dire, mentre lavorava a Giacarta. Dio gli ordinò di realizzare una chiesa a forma di colomba. L’uomo tiene però a precisare che il luogo di preghiera da lui creato non si rivolge esclusivamente alla religione cristiana. Tutti sono ben accetti nel cuore del sacro pollo.

Il tutto ha avuto inizio nel 1989, quando Daniel riconobbe il luogo della visione nella campagna del Magelang. Dopo un anno è riuscito a ottenere 3mila metri di terreno dai proprietari, che accettarono di cederli per soli 90 euro, che l’uomo pagò in tre anni. Ha così potuto realizzare la volontà divina, accogliendo cristiani, buddisti, musulmani e non solo. Per un certo periodo vi ha trovato posto anche un centro di riabilitazione per bambini disabili, malati mentali, giovani violenti e tossicodipendenti.

Il sogno però presentava costi di gestione fin troppo elevati, così nel 2000 le porte si chiusero per sempre. La struttura però, che subisce gli effetti del tempo, è ancora in piedi e continua a essere meta turistica.


(fonte: siviaggia.it)

martedì 4 dicembre 2018

Tikehau

Le Tuamotu, di tutta la Polinesia Francese, sono tra le isole più spettacolari. Formano la più grande catena d’atolli nel mondo, occupando un’area dell’Oceano Pacifico pari all’Europa Occidentale.

Ed è qui, che si trova Tikehau. È l’atollo più sperduto dell’arcipelago, ed è il più selvaggio e autentico. Qui l’unica protagonista è la natura, e l’esperienza che si può vivere ha dell’incredibile. Dista 30 chilometri da Rangiroa e 300 da Tahiti, località a cui è collegato con voli giornalieri, e ha una forma ovale punteggiata di spiagge bianche e rosa.

Ciò che è davvero spettacolare, di Tikehau, è però la sua piscina naturale, che si apre su di un piccolo passaggio chiamato Tuheiava. E spettacolari sono le immersioni, che permettono di nuotare tra i tonni e i barracuda, i diavoli di mare, gli squali grigi, i delfini, le tartarughe marine. Mentre, nel cielo, volano uccelli di moltissime specie che nidificano sulle spiagge disabitate.

A Tikehau si va per vivere una vacanza di assoluto relax, per prendere il sole su di una sabbia che dal bianco sfuma al rosa, per nuotare tra acque color smeraldo, per affittare una canoa e andare alla scoperta dei tanti motu (rilievi sabbiosi sul livello dell’oceano, con un’altezza che va da poche decine di centimetri fino a qualche metro, sul margine delle barriere coralline) disabitati e godersi un’esperienza di puro contatto con la natura.

Come raggiungere Tikenhau? Si vola con Air Tahiti da Papeete (55 minuti) e da Rangiroa (20 minuti). Sull’isola, si possono poi noleggiare automobili, biciclette, barche a motore, canoe e barche a vela. Gli alloggi disponibili sono diversi, dai resort più esclusivi alle pensioni più economiche, e offrono tutti servizi di diverso tipo: immersioni, snorkeling, uscite in barca, gite in bici per esplorare il villaggio di Tuherahera, crociere, picnic sui motu ed escursioni per godere delle distese di spiagge rosa, pesca di fondo, cene con la gente del posto.

Per tornare a casa con la meraviglia negli occhi, per portarsi nel cuore l’esperienza d’un viaggio unico, di quelli che ti cambiano la vita.


(fonte: siviaggia.it)

mercoledì 28 novembre 2018

Singapore

Solo nei primi mesi del 2018 i turisti che hanno visitato Singapore sono aumentati del 30% rispetto allo stesso periodo del 2017.

L’isola di Sentosa, con le sue tante attrazioni (gli Universal Studios, il parco a tema ispirato al cinema, il S.E.A. Aquarium, uno degli acquari più grandi del mondo), il Marina Bay Sands, che con il suo iconico profilo e la sua inconfondibile infinity pool caratterizza lo skyline della Città-Stato, ma anche gli angoli della città ancora poco esplorati che riservano esperienze che tolgono il fiato, sono solo alcuni dei motivi per cui i turisti amano questa città.
Che si sia appassionati di tradizioni o che si cerchi la modernità, che si amino gli edifici più avveniristici o la natura più rigogliosa, Singapore è una delle mete più stimolanti dell’Asia.

Ma non è il solo motivo per cui il turismo a Singapore è cresciuto in modo esponenziale. Il merito va anche al turismo d’affari e congressuale, che rappresenta per la Città del Leone uno dei principali motori di crescita, con oltre il 20% dei visitatori annui. E sono sempre più numerose le aziende che decidono di organizzare eventi e convention proprio a Singapore per via delle location uniche che offre.

E nel 2019 gli arrivi sono destinati a crescere ulteriormente. Il motivo è da ricercarsi nelle crociere. Singapore è un importante crocevia nella regione del Sud-Est asiatico per i crocieristi, grazie alla sua posizione strategica e alle infrastrutture crocieristiche. Costa Crociere avrà, con la nave Costa Fortuna, che opera in Estremo Oriente, da metà novembre 2018 fino a marzo 2019 come homeport Singapore. Si tratta di una nave con una capacità totale di 3.470 ospiti che regolarmente sbarcheranno in città e la visiteranno in poche ore, come già fanno tutti coloro che viaggiano in aereo e che, con uno stop-over di qualche ora, possono godere di un tour organizzano dall’aeroporto di Changi – che è il più tecnologico del mondo – gratuitamente.

Un viaggio a Singapore non può che iniziare da Chinatown, uno dei quartieri più colorati e rappresentativi della città. Considerata una delle zone più storiche, negli scorsi anni una grande opera di restauro ha riportato a lucido shop-house, le tradizionali case a due piani con negozi o ristoranti al piano terra e le abitazioni al piano superiore, ex fumerie d’oppio e abitazioni maestose che evocano ricordi della “vecchia” Singapore.

Proseguendo lungo la riva sinistra del fiume si giunge al Civic District, uno dei quartieri che ha vissuto il suo massimo splendore durante il periodo coloniale. Da qui è nata la Singapore che conosciamo oggi, ricca di storia e cultura.

Difficile non rimanere stupiti dallo skyline di Singapore. Opere architettoniche progettate da architetti futuristi di fama internazionale svettano lungo la linea d’orizzonte. A tal proposito è impossibile non ammirare l’ArtScience Museum che sorge nell’area di Marina Bay.

Il perfetto punto per osservare il sole che cala e irradia la città con la sua luce dorata è l’Henderson Waves Bridge. A 36 metri d’altezza, il ponte pedonale più alto di Singapore regala una vista sulla città unica grazie alla sua forma ondulata.

E infine, 160mila piante di 200 specie diverse, 101 ettari di parco e una foresta di alberi alti dai 25 ai 50 metri sono quelli che danno origine a Gardens by the Bay, l’oasi più grande e innovativa di Singapore. Situato nel cuore pulsante della città, il parco offre infinite attrazioni. Il simbolo indiscusso è il Supertree Grove, dove ogni giorno i grandissimi alberi si trasformano in opere d’arte luminose grazie allo spettacolo di luci Garden Rhapsody che va in scena ogni giorno a partire dalle 19.45.


(fonte: siviaggia.it)

mercoledì 14 novembre 2018

Moyo

Le isole dell’Indonesia sono davvero tantissime: oltre 18.000 mila. E orientarsi tra loro diventa difficile. Alcune, poi, sono talmente sconosciute da essere incredibilmente belle.

È il caso di Moyo, un’isoletta incontaminata sita a una quindicina di chilometri da Sumbawa, e da qui raggiungibile in barca. Dichiarata Riserva Marina Naturale nel 1976, ospita qualche villaggio di pescatori, una cascata e un unico (spettacolare) resort, l’Amanwana Eco Resort, in passato frequentato dalla principessa Diana e oggi amato da star del calibro di Mick Jagger (il cui buon gusto in fatto di destinazioni non si discute: basti pensare al suo amore per il lago di Como).

Sebbene la si possa vedere con un tour giornaliero, per carpire la versa essenza di Moyo bisogna soggiornare qui. E immergersi nella sua atmosfera di totale privacy e relax. Non ci sono neppure le strade, sull’isola. C’è solo una cascata magica che dà vita a due piscine in cui immergersi, e un mare d’una limpidezza rara. E c’è, immerso in una vegetazione tropicale, il cinque stelle Amanwana in cui le suite sono tende progettate da un architetto belga, e poggiate su piattaforme in pietra di corallo.

Cosa fare a Moyo? Semplicemente, rilassarsi. Approfittare dei trattamenti della spa, lasciarsi guidare dal ritmo della natura, dal rumore del mare. Esplorare il piccolo entroterra dell’isola, immergersi nell’acqua della sua cascata. E, ovviamente, fare snorkerling o immersioni (anche notturne) per ammirare una barriera corallina tra le più spettacolari del mondo, oppure salire a bordo delle barchette di cui il resort dispone e partecipare a battute di pesca alla maniera locale.

Spesso, chi arriva a Moyo sceglie di abbinare un soggiorno qui ad una visita all’isola di Komodo, dove vive il leggendario drago. Si sale a bordo di una barca lunga 32 metri, con tre suite lussuosamente arredate. Un modo unico, per ammirare la bellezza del Komodo National Park, uno dei luoghi del Pianeta in cui immergersi è più bello. Qui vivono 1200 specie di pesci, 250 tipi di corallo, e nuotare tra loro è un’esperienza indimenticabile. Esattamente come lo è soggiornare sull’isola di Moyo.


(fonte: siviaggia.it)

giovedì 1 novembre 2018

La Porta dell’Inferno

Due settimane in viaggio per l’Asia centrale, a caccia di scorci magnifici e nuove esperienze di vita, come il campeggio presso la Porta dell’Inferno.

Fotografi professionisti o semplici appassionati sono sempre alla ricerca dei giusti itinerari per conciliare la voglia di relax alla chance di immortalare scorci da sogno. Per questo motivo spesso si decide di affidarsi a delle agenzie specializzate, in grado di proporre dei tour davvero incredibili, che tengono ampiamente in considerazione la profonda passione per l’obiettivo.

Ai viaggiatori interessati la World Expeditions propone un itinerario in Asia Centrale, con partenza prevista da Tashkent. I primi passi verranno poi mossi attraverso i panorami splendidi dell’Uzbekistan, a partire da Registan, magnifica piazza di Samarkand, fino all’antica città di Khiva, passando per il Summer Palace di Bukhara.

Il gruppo si sposterà in seguito in Turkmenistan, dove sarà possibile campeggiare nei pressi della celebre Porta dell’Inferno, ovvero il cratere Darvaza. L’aspetto è davvero inquietante, seppur affascinante allo stesso tempo. Sia chiaro però come nessun elemento paranormale sia presente sul posto. È facile capire come il nome sia nato ed è di certo giustificato.

Le origini però svelano una realtà interessante ma di certo meno avvincente. Si tratta infatti di una gigantesca voragine di origine artificiale, generatasi nel 1971 per una perforazione errata, alla ricerca del petrolio. Si è così aperta una via di fuga di gas naturale, che brucia ormai da 40 anni, ininterrottamente.

Tantissimi i luoghi da vedere, per un viaggio ideato per coloro che non vogliono ignorare alcun luogo, dedicando a ognuno di essi la giusta attenzione. A guidare l’ampio gruppo il celebre fotografo Richard I’Anson.

Ognuno sarà libero di portare con sé il proprio equipaggiamento fotografico, amatoriale o professionale. Durante il viaggio sarà infatti possibile migliorare la propria tecnica e in generale le abilità fotografiche. Un’esperienza artistica, culturale e di vita, attraverso alcuni dei luoghi più incredibili al mondo. Chiunque fosse interessato, potrà inoltre seguire dei brevi corsi di fotografia, prendendo parte a discussioni con professionisti del settore.

La partenza è prevista per il 4 giugno 2019. Si tratterà di un lungo viaggio, della durata di 15 giorni, già prenotabile. Il costo previsto a persona non è di certo dei più economici, pari a circa 4mila euro a persona. Cifra giustificabile per un’avventura in grado di cambiare i protagonisti nel profondo.


(fonte: siviaggia.it)

venerdì 26 ottobre 2018

Lion Rock

Avete mai pensato di andare a fare trekking… ad Hong Kong? Certo, non si tratta esattamente di una destinazione dietro l’angolo, ma pare ne valga davvero la pena.

Del resto, ad Hong Kong si trovano oltre cento rilievi. Ed è difficile dire quale montagna rappresenti al meglio la città. I trekker appassionati, tuttavia, sono tutti d’accordo: se si vuole organizzare un’escursione nel mezzo della natura, non c’è luogo migliore che Lion Rock.

Alto 495 metri, questo monolite – così chiamato per la sua somiglianza ad un leone accovacciato – è racchiuso tra Kowloon e i Nuovi Territori. Ed è sicuramente il luogo migliore, per godere di una vista straordinaria sullo skyline di di Hong Kong: da qui, il panorama è a 180°. Si vedono i grattacieli, l’isola su cui sorge la città, il famoso Victoria Harbor.

Lion Rock è diventata un simbolo di Hong Kong negli anni Settanta, grazie allo show televisivo e alla sua sigla “Below the Lion Rock”, che raccontava la vita dei residenti della città. Il termine “the Spirit of Lion Rock” fu coniato proprio per simboleggiare la perseveranza e la solidarietà che da sempre caratterizzano gli abitanti cittadini. Ma, più di recente, la montagna è diventata celebre soprattutto tra gli scalatori e gli appassionati di trekking, che qui trovano i sentieri più spettacolari della città.

Si trova nel cuore di Hong Kong, Lion Rock, a mezz’ora dal centro. Anche se si prevede un soggiorno lungo solo un weekend, dunque, in tre ore è possibile vivere una delle più straordinarie esperienze che la metropoli offre. Questo, sebbene Lion Rock non sia la più alta vetta della città: il primato spetta infatti alla Tai Mo Shan, coi suoi 957 metri. A renderla la più scenografica, però, è la sua parete di granito.

La scalata prevede cinque diverse tappe. Se raggiungere la prima e la seconda distesa erbosa è relativamente facile, poi le cose si fanno più complicate. E riservate solo agli scalatori più esperti. Ma, al di là della fatica, una volta conquistata la vetta si viene ampiamente ripagati.


(fonte: siviaggia.it)

giovedì 11 ottobre 2018

Qeshm

Quando si pensa ad un’isola paradisiaca, è difficile immaginarsela nel desertico Iran. Eppure, nel Golfo Persico, di isole straordinarie ce ne sono moltissime. Ad iniziare da Qeshm.

Sono isole che vale la pena visitare, semplici da raggiungere, economiche, e caratterizzate da un tempo bello tutto l’anno. Qeshm, ad esempio, dista solo 40 minuti di traghetto dalla costa meridionale dall’Iran. Sorge accanto ad un’altra bellissima isola, Hormuz, e offre una grande varietà d’attività e di paesaggi. Senza contare che è appena stata dichiarata “visa-free zone” per i cittadini d’ogni Nazione: se per visitare l’Iran è necessario richiedere un visto, per sbarcare a Qeshm non serve. Ed ecco che la si può dunque raggiungere in tutta libertà con un breve volo da Dubai, senza chiedere alcun permesso.

Ma cosa si può fare, e vedere, sull’isola di Qeshm? Innanzitutto, qui si trova una vera e propria meraviglia naturale, il Chakooh Canyon. Vortici e buchi scavati nella roccia dall’acqua, dal vento e dall’erosione, creano un paesaggio surreale, che lascia senza fiato. Si possono anche ammirare, qui, pozzi scavati nella pietra e usati dai pastori locali come metodo per immagazzinare l’acqua piovana, per le estati lunghe e asciutte del Qeshm. Dall’alto, il panorama è incredibile.

Inoltre, a Qeshm – come in numerosi porti del sud dell’Iran – è possibile vedere da vicino le grandi barche in legno utilizzate per trasportare le merci da e verso gli Emirati Arabi Uniti. Qui, si può persino vedere come vengono costruite: a seconda del periodo in cui si arriva sull’isola, le si può vedere in diverse fasi della loro costruzione e – se si è particolarmente fortunati – si può persino assistere al varo nell’oceano.

Altre tradizionali costruzioni che a Qeshm si possono ammirare sono le alte e complesse strutture utilizzate per raffrescare le case. Le si vede ergersi tra i tetti d’argilla, per catturare il vento e per convogliarlo poi all’interno delle abitazioni. Il luogo perfetto in cui ammirarle? Se un tempo erano utilizzate ovunque, l’unico luogo in cui sono oggi sopravvissute è il villaggio di Laft.

Sull’isola di Qeshm, si può dunque esplorare l’antico Iran e si può fare vita da spiaggia, cavalcando cammelli lungo il mare. E poi, si può vedere una natura incredibile. Si trova qui la più grande cava di sale al mondo, la Namakdan Salt Cave, che è lunga 6 chilometri e che è davvero spettacolare, coi suoi colori e coi cristalli di sale che scendono dai suoi “soffitti”: se la prima parte è molto semplice da visitare a piedi, la seconda richiede decisamente più coraggio. Ma pare ne valga la pena (sempre che non si soffra di claustrofobia!).

Oppure, si può andare alla scoperta della Hara Forest, la foresta di mangrovie che l’isola custodisce. Paradiso per i bird-watcher, può essere esplorata a bordo delle snelle imbarcazioni che solcano i suoi canali. Infine, la Valley of Stars: organizzare un trekking qui significa immergersi nella natura poco nota – ma spettacolare – dell’Iran. Per respirarne la sua anima più vera.


(fonte: siviaggia.it)

lunedì 8 ottobre 2018

Alishan Forest Railway

Cento anni e non sentirli. Il fascino di questa storica linea ferroviaria di Taiwan resta intatto e oggi attrae turisti da tutto il mondo.

Nel cuore di Taiwan, ben celata tra le bellezze naturali del monte Alishan, vi è una ferrovia alquanto datata, che ha ormai spento 106 candeline, la Alishan Forest Railway. Lunga 71.4 km, rappresenta oggi una fantastica attrazione turistica, ricca di colori ed emozioni. Un rosso vivo che allegramente si fa largo tra il verde dominante, per una duplica esperienza, in favore di chi viaggia e chi da lontano osserva.

La linea nacque nel 1912, durante l’occupazione giapponese, veniva utilizzata per il trasporto dei cipressi di Taiwan, ora in via d’estinzione, dalla montagna di Alishan. Una volta reso vietato il disboscamento selvaggio, restò l’unico mezzo di trasporto per attraversare le montagne, ed è oggi una delle ferrovie più antiche e belle al mondo.

Ad affascinare i curiosi sono soprattutto alcuni dettagli, rimasti identici rispetto alla versione originaria, di 100 anni fa. Le traverse ferroviarie sono ancora in legno massiccio, con gli autisti che devono necessariamente mettere piede fuori dal treno per cambiare la direzione della pista manualmente.

Ad esprimere al meglio i sentimenti che questo storico treno scaturisce tra gli addetti ai lavori è Liao Yuan-chiao, uno dei conduttori dell’Alishan: “Un treno che senti molto più umano, a differenza delle fredde e automatizzate macchine moderne”. Un pezzo di storia che appassiona tutti, stranieri e locali, come dimostrano le vicende personali dello stesso Liao. Questi non ha infatti resistito al richiamo di questa storica ferrovia, al punto da decidere di lasciare il proprio lavoro di insegnante, entrando nella famiglia dell’Alishan Forest Railway.

Per tenere in vita questo capolavoro, si è dato il via a dei tour turistici, così da ammaliare gli avventori con un viaggio tra le bellezze paesaggistiche e il fascino strutturale del treno. Per approfittarne e sentir raccontare la storia di questa ferrovia molto datata, ci si potrà recare lì ogni mercoledì, fino alla metà di ottobre.

Si tratta di un pezzo della storia locale e chiunque vi lavori sembra avere un legame speciale con questo treno e la sua linea tra i monti. Attenzione dunque durante il tour, l’incantesimo dell’Alishan potrebbe rapire davvero tutti.



(fonte: siviaggia.it)

venerdì 5 ottobre 2018

Yamabushido

Meditazione, preghiera e contatto con la natura. Il programma Yamabushido offre ai viaggiatori un assaggio di vita da samurai, ritrovando un contatto con sé e la natura circostante.

Il Giappone è un Paese unico nel suo genere, in grado di offrire esperienze incredibili ai milioni di turisti che ogni anno decidono recarvisi, memorabili per i veri viaggiatori, che decidono di andare oltre l’iniziale facciata, scovando il punto d’incontro tra sviluppo tecnologico di Tokyo e antiche tradizioni. Un chiaro esempio in tal senso è offerto da Yamabushido, un progetto ben strutturato, che per la prima volta offre la possibilità di attraversare le sacre montagne.

Un programma da cui mente e corpo possono trarre beneficio, il cui nome trae ispirazione da Yamabushi, i preti giapponesi della via dei samurai. Chiunque voglia mettersi alla prova, cimentandosi in questo percorso, dovrà farlo con la mente pronta ad aprirsi a una nuova e lontana cultura. I partecipanti seguiranno gli insegnamenti dello Shugendo, antica forma religiosa che unisce Buddismo, Shinto e Animismo.

Addio alle distrazioni del mondo moderno, andando a scovare il punto d’incontro tra il proprio io e la natura che ci circonda. L’obiettivo sarà quello di comprendere meglio sé, sfruttando un sapere antico di secoli.

Il programma Yamabushido offre due percorsi differenti, entrambi atti a separare i partecipanti da quella che è la loro frenetica quotidianità. Il primo programma propone un’esperienza giapponese intensiva di cinque giorni , che prende il via unicamente tre volte l’anno sulle montagne di Dewa (Monte Haguro, Gassan e Yudono), site nella prefettura di Yamagata. Il percorso prevede meditazione sotto il deciso fluire di una cascata, salto delle fiamme, recitazione di mantra, la visita ad alcuni santuari sacri e allenamenti su 2446 gradini in pietra.

Quello descritto è il programma intensivo, per chiunque voglia realmente cimentarsi in questo universo tanto distante. Chi invece, per tempo, capacità fisiche o volontà voglia provare un’esperienza ‘ridotta’, potrà usufruire del programma di due giorni, proposto 13 volte l’anno. Lo Yamabushido è ben organizzato e ha rapidamente conquistato una certa notorietà tra i viaggiatori e gli amanti delle sfide, che potranno risiedere presso il Daishobo Pilgrim Lodge, alle pendici delle montagne di Dewa.

Un rappresentante del programma lo ha brevemente descritto a Lonely Planet Travel News, sottolineando come la struttura di base sia stata pensata per visitatori internazionali, pur partendo da un programma che da anni ormai offre tali opportunità ai giapponesi: “Si tratta di un allenamento in grado di conferire alla persona un nuovo senso di potere. È possibile allontanarsi dalle distrazioni, i rumori e lo stress, ripartendo da zero, gettandosi alle spalle tutto ciò che si ritiene debba essere lasciato sui monti”.


(fonte: siviaggia.it)

martedì 25 settembre 2018

Giappone: Le terme al caffè, vino o tè

Se vi piacciono le terme, ma volete provare qualcosa di estremamente particolare, in Giappone hanno ciò che fa al caso vostro.

Vicino la città di Tokyo hanno aperto delle terme davvero particolari. Si tratta delle Hakone Kowakien Yunessun, una struttura famosa per la particolarità delle sue vasche e dei suoi intrattenimenti. Oltre a quelle normali, infatti, si trovano delle piscine ripiene non di acqua, ma di sake, tè verde, caffè e vino rosso. La Hakone Kowakien Yunessun usa solo ingredienti di prima scelta e, ovviamente, provvede a cambiare regolarmente le vasche durante il giorno. Quella di tè verde è riempita con le erbe che crescono sulle montagne circostanti Hakone, mentre quella con il caffè è realizzata con dei chicchi che vengono messi a bagno nell’acqua. La piscina di vino rosso è controllata direttamente da un sommelier. C’è chi ha giurato di vedere persone ubriache bere direttamente dalla vasca, incuranti del fatto che ci fossero i piedi di altri a mollo lì dentro. Speriamo abbiano delle forti difese immunitarie (perché sicuramente la bocca buona non gli manca).

Ma alle terme di Hakone a fare scalpore non sono solo queste piscine, ma anche tutta una serie di attrazioni che ogni anno richiamano migliaia di turisti. Come il God’s Sea Aegean, costruito come un vero e proprio antico bagno romano, il Rodeo Mountain, dotato di scivoli d’acqua (tutti rigorosamente termali e all’aperto, disponibili anche in inverno), e il Mysterious Jellyfish Bath. Ovviamente i visitatori possono immergersi anche nelle onsen più tradizionali se non amano le stranezze: ad Hakone ci sono la grotta delle sorgenti termali, la sauna con la nebbia, il bagno finlandese, la piscina con aromaterapia, la spa a carbone e l’hammam turco. Insomma, anche il cliente più esigente rimarrà soddisfatto dell’offerta della struttura. Il costo per entrare nelle terme di Hakone non è nemmeno eccessivo: 36 dollari a giornata per gli adulti, 19 per i bambini.

Le terme di Hakone sono immerse in un paesaggio straordinario: dalle sue vasche, infatti, è visibile anche il suggestivo Monte Fuji. Il trattamento più richiesto? Quello al vino rosso, che sembra faccia ringiovanire la pelle. Sarà vero? Gli ospiti sembrano apprezzarlo ugualmente.


(fonte: siviaggia.it)

sabato 22 settembre 2018

Palmira

Dopo due occupazioni dell’ISIS e svariati reperti distrutti, la città di Palmira si prepara a riaprire al pubblico. Il sito archeologico è infatti in fase di restauro.

L’antica città di Palmira, in Siria, tornerà ad aprire le proprie porte ai turisti. Il noto sito archeologico ripartirà da zero, per così dire, dopo un duro lavoro di restauro, necessario dopo gli attacchi delle milizie dell’ISIS. I danneggiamenti avvennero tra il 2015 e il 2016, con immagini drammatiche che fecero il giro del mondo, ma nel 2019 tutto dovrebbe tornare alla normalità, per quanto possibile.

L’annuncio è stato dato da Talal Barazi, governatore della provincia di Homs, che ha spiegato come le autorità abbiano un progetto volto a porre rimedio ai danni causati all’antica città di Palmira. Un sito di immane importanza, crocevia di culture nel corso dei secoli, da quella greca all’islamica, passando per romani e persiani.

Denominata in antichità la Sposa del Deserto, rappresentando una sorta di oasi per i viaggiatori e mercanti che si cimentavano nell’attraversamento delle regioni desertiche della Siria. Nel 1980 venne dichiarata Patrimonio dell’Umanità dall’Unesco, ma nel 2013 si ritrovò inserita in una lista ben più spiacevole, quella dei siti del patrimonio mondiale in pericolo.

Le ragioni sono da ricercare nella guerra civile siriana scoppiata nel 2011, che ha in seguito portato all’ascesa dell’ISIS. Il gruppo occupa Palmira nel maggio del 2015, distruggendo i suoi preziosi reperti. Il mondo ha visto andare in frantumi le colonne della Valle delle Tombe, il Tempio di Baalshamin, il Tempio di Bel e l’Arco di Trionfo.

Un colpo durissimo al patrimonio culturale mondiale, per un attacco spregevole che portò alla decapitazione di Khaled al-Asaad, archeologo responsabile del sito. L’esercito di Assad interviene e ha la meglio, ma una nuova occupazione avviene nel marzo del 2016, per concludersi soltanto nel dicembre dello stesso anno.

La Siria è oggi tornata in possesso della propria città, ed è ora possibile tornare a guardare al futuro. A favorire il tutto sarebbe il sostegno dell’Unesco (e non solo), come dichiarato da Barazi a Sputnik News: “Abbiamo ricevuto offerte anche da potenze mondiali per ripristinare le opere e il valore storico di Palmira. Ritengo che la città possa tornare ad ospitare turisti a partire dall’estate del 2019. Si tratta della storia del mondo intero e non appartiene solo alla Siria”.

I lavori sono già in corso e, ad oggi, l’Unesco è intervenuta con 150mila dollari per il recupero del Portico del Tempio di Bel. Nell’ottobre del 2017 è stato invece completato il restauro del leone di Al-lāt (scultura del I secolo d.C.) da parte del Museo Nazionale di Damasco. Anche l’Italia ha avuto il proprio ruolo, con dei ricercatori nostrani protagonisti del restauro di due statue funerarie dal duplice valore, storico e morale. Queste vennero infatti nascoste fuori dalla città da Khaled al-Asaad, che fino all’ultimo provò in tutti i modi a tutelare questo patrimonio della Terra.


(fonte: siviaggia.it)

martedì 18 settembre 2018

Istanbul

Conosciuta storicamente con i nomi di Bisanzio e Costantinopoli, Istanbul è una città ricca di fascino e mistero. Con una popolazione di circa 15 milioni di abitanti, è la seconda città più popolosa d’Europa, dopo Mosca. Istanbul è divisa in due dallo stretto del Bosforo ed è l’unica città al mondo a far parte di due continenti, l’Europa e l’Asia.

Nel corso della storia, è stata capitale dell’impero romano, dell’impero bizantino, dell’impero latino e dell’impero ottomano, cambiando più volte nome. Fino al 330 è stata Bisanzio, poi Costantinopoli fino al 1453 e poi Istanbul, nome che conserva tuttora.

Città ricca di arte, storia e cultura, con un centro storico dichiarato Patrimonio dell’Umanità dall’Unesco, Istanbul ammalia chiunque la visiti. La piazza più frequentata e importante della città è Piazza Taksim, nel quartiere Beyoglu. Un tempo, la piazza era un grande serbatoio che raccoglieva l’acqua per tutta la città e si può ancora vedere la cisterna costruita nel 1732. Nella piazza c’è la Galleria d’arte di Taksim, dove vedere importanti mostre d’arte, inoltre, è il punto di ritrovo di tutti i giovani turchi.

I monumenti più famosi della città sono tutti in Piazza Sultanahmet Meydani, qui è possibile visitare la Basilica di Santa Sofia, la chiesa di Giustiniano e la Moschea Blu. La Basilica di Santa Sofia (Aya Sofya) è stata costruita nel 537 dall’imperatore Giustiniano ed era la chiesa cristiana più importante di Costantinopoli. Dopo la conquista della città da parte di Maometto, nel 1453, la chiesa fu convertita in moschea, mentre dal 1935 è stata trasformata in museo. La costruzione è tipicamente bizantina ed è una delle più ricche espressioni di questa architettura, con affreschi, mosaici e decorazioni preziose.

La Moschea del sultano Ahmet, conosciuta come Moschea Blu per le 21mila piastrelle in ceramica turchese che rivestono tutto l’interno dell’edificio. La luce entra attraverso 260 finestrelle, creando dei giochi di luce che conferiscono un’atmosfera suggestiva. Se decidete di entrare, ricordate che è un luogo di culto e, quindi, vanno osservate tutte le regole che riguardano l’ingresso in una moschea.

Anche il Palazzo Topkaki merita assolutamente di essere visitato. Costruito nel 1453, è stata la residenza di Maometto fino alla sua morte e, successivamente, vi hanno abitato 26 sultani dell’Impero Ottomano.

Il Gran Bazar è un mercato coperto che può essere considerato una città nella città. 200mila metri quadrati di superficie per oltre 4mila botteghe, dove trovare di tutto: dai tappeti, all’artigianato, dagli abiti ai gioielli, dalle spezie alle ceramiche.

Il souk più grande del mondo è sempre pieno di turisti ed è aperto tutti i giorni, tranne la domenica e le feste religiose islamiche.

A Istanbul è d’obbligo visitare un Hammam, il bagno turco, dove rilassarsi sorseggiando tè e passare qualche ora facendo il famosissimo bagno di vapore. In città ce ne sono diversi, frequentati da persone del posto e da turisti.

Un’altra esperienza da fare è sicuramente quella di fumare il narghilè in un bar del centro. Se riuscite, andate ad assistere allo spettacolo dei dervisci rotanti, i monaci che ballano una danza ipnotica molto particolare e suggestiva.

Da non dimenticare lo shopping nella strada più famosa della città, Istiklal Caddesi, dove sono presenti le maggiori boutique internazionali.

Tra le tante cose da provare a Istanbul, non può mancare una Crociera sul Bosforo. In questo modo, avrete la possibilità di vedere la città da un altro punto di vista. Con questa esperienza, potrete passare da un continente all’altro pur rimanendo nella stessa città.


(fonte: siviaggia.it)

giovedì 6 settembre 2018

Tel Aviv

Località israeliana sita sulla costa del Mar Mediterraneo, Tel Aviv è una città giovane: l’età media della sua popolazione è 34 anni, e la voglia di fare festa si respira per strada.

Negli ultimi anni, grazie al suo fervore culturale, ai nuovi collegamenti aperti dalle compagnie aeree low-cost e al suo clima sempre mite, Tel Aviv è diventata anche una popolare meta turistica. E, visitandola, ben si capisce il perché.

Non si può parlare di Tel Aviv senza parlare di Jaffa (o Giaffa): è questo, il punto di partenza ideale per una visita alla scoperta della metropoli. In realtà, più che un quartiere è una vera e propria città terrazzata, una località marittima inglobata nell’area urbana di Tel Aviv.

In epoca medievale, fu il più importante porto della Palestina: i Veneziani avevano persino creato un servizio di galee di linea tra Venezia e la stessa Jaffa, per trasportare qui i pellegrini europei che intendevano visitare la Terra Santa. Nominata nella Bibbia e famosa per i suoi agrumeti, Jaffa è oggi la più popolare tra le destinazioni di Tel Aviv. Qui si viene per andare in spiaggia, oppure per passeggiare lungo la strada pedonale che compone il lungomare, per visitare i suoi monumenti. Quali? La Herbert Samuel Esplanade, la Torre dell’Orologio sita in Yefet St, Old Jaffa, splendida di giorno e magica di notte. E poi il Museo delle Antichità ricavato in un vecchio carcere, e quel suo porto famoso in tutto il mondo.

Ma, Tel Aviv, non è solamente Jaffa. Imperdibile sono anche una passeggiata nello Hayarkon Park, il polmone verde della città, un giro per la città alla scoperta dei circa 4000 edifici Bauhaus costruiti a partire dagli anni Trenta dalle famiglie in fuga dal Nazismo e ora visibili lungo i viali più eleganti come Boulevard Rotschild. E poi i suoi musei: il Museo Terra di Israele dedicato all’archeologia e all’artigianato locali, il Beit Hatfutsot, le cui mostre multimediali illustrano la storia delle comunità ebraiche sparse per il mondo, e il Tel Aviv Museum of Art, con le impressionanti collezioni di artisti locali e la sua architettura spettacolare.

A Tel Aviv, come su tutta la costa occidentale di Israele, il clima è mediterraneo: gli inverni sono miti e piovosi, le estati calde e soleggiata, con la brezza a temperare l’aria umida. Le temperature passano dai 14° di media di gennaio ai 26.5° di media d’agosto ma, soprattutto tra aprile e giugno si possono toccare i 40°.

Ecco dunque che, il periodo migliore per visitare Tel Aviv in caso si programmi un tour di Israele sono i mesi di aprile e maggio e di ottobre, mentre per fare i bagni i mesi perfetti sono da metà maggio a metà ottobre.

Sul fronte della sicurezza si consiglia di tenere un comportamento prudente, evitando ogni assembramento.

Oltre che per la storia e per la spiaggia, a Tel Aviv ci si va anche per lo shopping. Tra creazioni di artisti locali e profumi, imperdibile è una visita al mercatino delle pulci di Jaffa, il “Shuk HaPishPeshim”, capace di mescolare straordinariamente la storia con l’allegria vitale che caratterizza la città.

Ci sono poi i gioielli. Lungo Ben Yehuda, la strada che va dal porto di Tel Aviv ad Allenby, si acquistano classici souvenir israeliani ma soprattutto articoli tradizionali della cultura ebraica e gioielli in oro e argento. Nella piazza erbosa di Klar Hamediba si acquistano gioielli di fascia alta, su Dizengoff Street creazioni moda di designer indipendenti. Le marche più note di Israele, invece, si comprano all’Azrieli Center.

Se Tel Aviv è soprannominata “la città che non si ferma mai“, un motivo c’è. Al tramonto, i ristoranti di Jaffa, e i caffè e i club del centro sono tutto un pullulare di giovani, provenienti da tutto il mondo, che ordinano drink e ballano fino a notte fonda. E non solo nel weekend. Dove andare, allora?

Sul viale Rothschild, elegante di giorno e animato di notte, c’è un’ampia scelta di locali: il punto migliore è l’intersezione con la strada Allenby (perfetta per chi ama consumare molti drink). A Jaffa, buon cibo e divertimento si trovano nella zona del porto, sulla collina e lungo la via principale della città, Yefet. Infine, per assaporare la vita dello studente israeliano, il posto giusto è il quartiere universitario di Florentin; mentre, per vivere davvero la movida di Tel Aviv, la zona di Sarona è il luogo ideale, con i suoi locali aperti fino all’alba, i concerti e un divertimento che non si ferma mai.

Se si organizza un viaggio a Tel Aviv, non si può non approfittarne per una visita a Gerusalemme. Con l’autobus n. 485 il viaggio dura poco più di un’ora e si può compiere giorno e notte, mentre col taxi collettivo (“sharun”) si sale su minivan capaci di accogliere una decina di persone e si raggiungono diversi punti di Gerusalemme (il prezzo è ovviamente più alto rispetto a quello del pullman: 60 shekel anziché 16.

Una volta giunti a Gerusalemme si varcano le mura della Città Vecchia e ci si lascia conquistare dal suo spirito, dai suoi quattro quartieri confinanti (cristiano, ebraico, armeno e arabo), dagli stretti vicoli e dal mercato coperto. Tappe imperdibili sono, ovviamente, il Muro del Pianto e la Cupola della Roccia.


(fonte: siviaggia.it)