mercoledì 2 gennaio 2019

Tierradentro

Volete sentirvi come Indiana Jones? Basterà fare un salto in Colombia, recandosi a Tierradentro. Potrete mettere piede in antiche tombe in grado di resistere al potere del tempo.

L’Isola di Pasqua è celebre nel mondo ma non rappresenta il più ampio concentrato di statue monolitiche e monumenti religiosi. Per assistere a uno spettacolo davvero unico è necessario recarsi a Tierradentro, in Colombia, dov’è possibile ritrovarsi circondati da ben 162 tombe sotterranee, ottenute scavando nella solida roccia vulcanica. A Tutto ciò corrispondono in superficie più di 500 statue monolitiche, con funzione di tumuli funerari. Queste sono disseminate su di una superficie totale di 2mila km quadrati, tra montagne e altipiani nel sud della Colombia, circondando la cittadina di San Agustin, nella Valle Magdalena.

Tracce di una sconosciuta cultura pre-colombiana, in un luogo di dimensioni gigantesche, precluso ai visitatori durante in 50 anni di guerra civile. Oggi il pericolo è passato e la regione è al sicuro dalla guerriglia, il che vuol dire potersi cimentare nella caccia ai maestosi monumenti, nei siti che rientrano nel patrimonio dell’umanità, protetto dall’Unesco.

Il sito più impressionate e visitato è senza dubbio quello di Alto de Segovia. La discesa nel sottosuolo è impressionante, da far battere il cuore ma soprattutto conferendo quella sensazione incredibile di star mettendo piede in una pagina di storia. Come dei novelli Indiana Jones ci si ritrova dunque a fronteggiare giganteschi disegni geometrici, raffiguranti uomini e animali. Una lavorazione incredibile, con una tomba che, scolpita appositamente per dare l’idea di un tetto inclinati, presenta elementi di una casa in legno, tipicamente preispanica, che aveva l’obiettivo di preparare al meglio il defunto al passaggio da un’esistenza all’altra.

Gli scavi hanno avuto inizio negli anni ’30, eppure gli archeologi non hanno ancora idea di chi fossero gli abitanti di queste terre. Ciò che resta indica come la loro cultura sia fiorita splendidamente nel primo millennio, per poi sparire nel nulla, senza lasciare traccia. Ciò che oggi sappiamo ci lascia ipotizzare una loro scomparsa circa 600 anni prima dell’arrivo degli Spagnoli, dal 1530 in poi. A questi sono poi seguito i Nasa, una popolazione indigena che parla prevalentemente il pàez, una lingua Chibcha.

Arrivare in questi luoghi vuol dire ritrovarsi a fare un salto verso un altro tempo, in qualche modo rimasto intatto nonostante il trascorrere dei secoli. Un messaggio così forte da non risultare scalfito dalla potenza del tempo. Un culto funebre così radicato da affascinarci ancora, da fare appello a qualcosa di profondo e radicato dentro di noi. La morte non è la meta ma soltanto un ulteriore viaggio che ci attende.



(fonte: siviaggia.it)

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